Italia, terra di vulnerabilità edilizia

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Oramai è tristemente noto che l’Italia è un Paese ad elevato rischio sismico. La nostra storia è costellata da terremoti che da Nord a Sud hanno portato via vite umane soprattutto a causa dei crolli di edifici privati e strutture pubbliche, quali scuole e ospedali.

Il 2016 verrà ricordato come un anno nero per il Centro Italia a causa dei terremoti che hanno distrutto alcuni paesi ai confini tra Lazio, Umbria e Marche. Ad ogni episodio sismico, nei salotti televisivi e sui mezzi stampa si torna a parlare di prevenzione come l’unica arma utile a combattere la forza della Terra.

La prevenzione, che dovrebbe sempre essere presa in considerazione in fase di progettazione di un edificio, deve concentrarsi sull’edilizia già esistente. L’Italia è caratterizzata da tanti piccoli centri urbani, borghi, villaggi popolati da edifici storici, costruiti centinaia di anni fa quando la prevenzione sismica non era contemplata. Ricordiamo che il 40% degli edifici residenziali italiani è stato costruito prima del 1960, ossia prima dell’entrata in vigore delle norme antisismiche. Ed è per questo che l’intervento sul costruito appare essere strategico in una visione prospettica di messa in sicurezza. Il patrimonio edilizio italiano è infinitamente vulnerabile e fragile, ma non per questo non adatto a resistere ai terremoti.

In seguito al terremoto che nel 2002 colpì San Giuliano, in Molise, venne emessa un’ordinanza che introdusse l’obbligo di valutazioni di vulnerabilità sismica sul patrimonio edilizio. L’ordinanza in questione è la 3274 del 2003 e voleva partire dalle verifiche per conoscere gli edifici e la loro propensione sismica. Nessuna imposizione di intervento dunque ma l’obbligo di valutazione per determinare la necessità di intervento.

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